L'importanza di apprezzare gli altri

Mi è successo diverse volte di trovare persone che ricordano, con nostalgia, un lavoro fatto insieme. Ma solo quando avevamo costituito un gruppo impegnato in un compito nuovo, creativo, una sfida. Tutti gli esseri umani, infatti, hanno nel profondo un grande desiderio di fare, di realizzare opere belle, nuove, grandi. Però, di solito, non riescono a farlo. Restano così con la sensazione di aver messo a frutto solo un decimo delle proprie risorse, delle proprie capacità. Di non essere riusciti a trovare la propria vocazione, perché gli è mancata l'occasione giusta o sono finiti al posto sbagliato. Ma, soprattutto, perché sono stati maldiretti, malguidati. 

Molta gente è infelice non perché lavora troppo o è mal pagata. Ma perché non si sente capita, valorizzata, impegnata in un compito degno. Quando in una scuola, in una impresa, voi trovate persone tristi, frustrate, depresse, stanche, malcontente, vuol dire che i dirigenti, anziché stimolare e utilizzare le loro qualità migliori, le frustrano e le comprimono. Che non sanno indicare loro uno scopo, una meta.

In una impresa tutti, dal più alto dirigente fino all'operaio, fino al fattorino, sono orgogliosi di lavorarvi quando si sentono parte di una comunità vivente. Un organismo solidale in cui è importante ed apprezzato anche il contributo più umile. Quando, nonostante le differenze gerarchiche, c'è un sotterraneo spirito di uguaglianza.

Come avviene nei movimenti, nei partiti, in cui i militanti, pur adorando il capo, gli danno del tu, gli si stringono attorno, gli gridano consigli. Accadeva così a Napoleone, a Giulio Cesare, a Garibaldi. Tutti questi condottieri trasmettevano ai propri soldati l'impressione di apprezzarli individualmente, di non essere dei despoti, ma dei commilitoni.

I bravi capi, i bravi dirigenti, i bravi insegnanti partono dal presupposto che qualsiasi collaboratore ha delle capacità inespresse. Che può fare meglio di come sta facendo. Che può migliorare. Così fanno appello al suo desiderio di essere apprezzato, di emergere, di affermarsi, di valere. Inoltre, sanno che anche la persona più svogliata si farà coinvolgere dall'entusiasmo del gruppo, e correrà insieme agli altri verso una meta importante. Però, per creare questo entusiasmo, il capo deve crederci veramente. 

Invece, i proprietari assenteisti, i dirigenti dispotici partono dal presupposto che le persone sono motivate solo dal denaro o dalla paura. E perciò non le trattano con dignità, ma come oggetti, pezzi anonimi di un ingranaggio a cui non si domanda un parere e che si possono buttar via in qualsiasi momento. Allora la gente ubbidisce per paura, lavora per paura, e guarda gli altri con sospetto. Ma, a poco a poco, nel loro cuore l'umiliazione diventa un sordo risentimento. Questi proprietari, questi dirigenti non lasciano dietro di sé nulla. E nessuno li rimpiangerà quando non ci saranno più.